Diario di uno sconosciuto

27 novembre 2017 Autore: Istituto: Istituto Magistrale “Maria Immacolata” - Cagnano Varano (FG) Classe test classe Ciclo 2018-1

17 luglio 1956

 

Un altro viaggio è iniziato. Abbiamo lasciato Genova a bordo della più bella nave ammiraglia italiana, l’Andrea Doria. La meta è l’America, New York.

Il mio pensiero è già rivolto ai giorni che trascorrerò navigando in mare aperto grazie alla potenza di questa macchina. Molto tempo fa, qualcuno mi disse che arrivare dove e quando contava poco finché la gioventù resta la nostra compagna di viaggio. E adesso che il tempo è passato e sono invecchiato, mi sembra quasi una beffa guardarmi allo specchio e vedermi diverso da come mi sento. In me infatti, si agita ancora il desiderio di vivere a ritmo febbrile, di scolpire il percorso di un’esistenza, di andare, vedere e tornare per ripartire fin quando questa smania mi sarà possibile. Cos’è che mi spinge ancora, vi chiederete? Dopo tanti anni, credo ormai di averlo capito: le straordinarie macchine della mia epoca. Ho pensato spesso al giovane che ero, quando la velocità e il rumore potente della tecnologia bastavano a scacciare in me le preoccupazioni e i disagi dell’adolescenza, alimentando il buon umore e la prontezza dell’animo. D’allora, il mio scudo è diventato il mio punto di forza. Viaggiavo in treno per andare ovunque vi era la possibilità di arrivare. Crescendo, ho continuato questa follia del mio vivere non più sulle rotaie, ma sui grandi mari. I transatlantici genovesi come il Rex e il Conte di Savoia, furono per me un punto di svolta. Un vero cambio di rotta. Oggi l’Andrea Doria è tutta un’altra storia e, mentre già assaporo il profumo dell’oceano, so di essere già un suo fedele passeggero.

 

19 luglio 1956

 

Ricordo ancora alcune delle parole pronunciate dall’ufficio stampa della Società Italia di Navigazione nel giugno del ’51: “Questa nave deve essere per i suoi passeggeri un modo di vivere, deve offrire loro un’esperienza indimenticabile”. Il transatlantico di quasi trentamila tonnellate di stazza lorda, misura oltre duecento tredici metri di lunghezza e ventisette di larghezza, e possiede un motore a turbine da trentacinquemila cavalli vapore distribuiti su due eliche che lo fanno viaggiare a cavallo dell’oceano senza rimpiangere la sua terra, perché la patria di una nave è solo il mare che solcherà. Se mi concentro per un istante, lo sento pulsare, quasi respirare. Stamane, ho avuto il piacere d’incontrare il capitano Calamai. Sono stato gentilmente invitato per la cena di stasera a prendere tavolo con lui e altri signori. Già pregustando il Brunello di Montalcino che sarà sicuramente servito, ecco che mi preparo.

 

20 luglio 1956

 

Sono rimasto particolarmente scosso dalla cena della scorsa sera. Inizialmente si è discusso degli ultimi avvenimenti, quali la rivolta operaia in Polonia, l’intervento del Togliatti e poi ancora l’accusa fattagli da Fabrizio Onofri. In seguito uno dei signori a tavola, un certo Comensali, ha iniziato a discorrere dell’attuale processo d’urbanizzazione e industrializzazione italiana, soffermandosi poi sull’associazione “Italia Nostra”. Il Comensali, uomo d’affari ed evidentemente disinteressato alla salvaguardia dei beni storici e naturali, ha ritenuto opportuno chiarirci l’inutilità di prendere posizioni critiche sui problemi ambientali. Fervido sostenitore del progresso, ha confessato di essere contrario a tali futili e ideologiche preoccupazioni giacché queste, in un momento di ripresa economica del paese, nuocerebbero allo sviluppo industriale. Concludendo poi sarcasticamente: “Cos’è la natura in confronto al progresso umano?”.

Allora intervenni, in quanto animato dalle innovative tecnologie che servono a rendere migliori i mezzi grazie ai quali vedo il mondo, e dissi tutto quello che pensavo del rapporto tra macchina e ambiente: “Credo fortemente nelle capacità dell’uomo, nelle sue invenzioni e nel progresso, e sono consapevolissimo delle difficoltà di preservare la natura da tutto questo. Ciononostante, io credo sia possibile un punto d’unione tra le due realtà. O che possano procedere parallele senza scontrarsi, pur restando comunque vicine. L’uomo ha la necessità di nutrirsi di entrambe e allora è suo dovere fare in modo che l’una non escluda l’altra. Oggi, sono qui in viaggio a bordo dell’Andrea Doria, sulla bellissima turbonave che ci trasporta in quest’oceano, in questo paesaggio senza confine. Le macchine che marciano in mare e in terra ci animano, ci facilitano l’esistenza, ma non servono solo a farci raggiungere una determinata meta. Servono a noi uomini per farci godere del viaggio, di quello che vediamo e incontriamo nel farlo. Se non ci fosse un ambiente, un paesaggio, un oceano o un misero terreno, mi domando dove si potrebbe andare. Dove si potrebbe viaggiare e per vedere che cosa poi?”.

Il Comensali, prendendomi poco sul serio, mi disse di filosofeggiare di meno, specialmente a cena in compagnia di gente come lui, abituata a vedere le cose in una certa prospettiva, ovviamente molto lontana dalla mia. Aggiunse, poi, che era necessario prendere una posizione per difendere una delle due realtà, in quanto nettamente contrapposte, e che la mia tesi non poteva essere praticata nella realtà in cui viviamo. Io ribattei che aveva senz’altro ragione se al mondo vi erano soggetti arrivisti come lui.

 

21 luglio 1956

 

Ho avuto un incubo, a causa del quale mi sono svegliato agitato e stremato. Ho sognato uomini di epoche future vivere una realtà in cui le tecnologie erano altamente più sviluppate rispetto alle attuali. Essi viaggiavano all’interno di grandi tubi scuri, i loro occhi erano spenti e i loro volti apparivano stolti e impassibili. Il viaggio in pratica era inesistente. La meta arrivava prestissimo per ognuno di loro. Erano spediti ovunque come oggetti in uno sfondo scuro e nuvoloso, in cui i gas primeggiavano sugli ultimi residui floreali. Solo un sogno spaventoso come questo poteva mostrarmi una realtà tanto brutale.  Dopo essermi acquietato un poco, sono tornato a dormire.

 

24 luglio 1956

 

Domani arriverò a New York e mi rendo conto di essere invecchiato più in questi ultimi giorni che negli ultimi anni. Ho pensato e ripensato ai miei innumerevoli viaggi, alla discussione avuta con il Comensali e al sogno. I sogni, dopotutto, non svelano altro che le nostre preoccupazioni. Si vestono di ricordi felici quando ci vogliono ingannare e ci mostrano la realtà quando ci vogliono mortificare. Immaginare che un domani l’uomo possa abusare delle mie amate macchine, mi disgusta. Stamani mi si è avvicinata una bambina sfuggita alla mano del padre. Mi ha fatto svariate domande, tra queste perché guardavo il mare. Allora ho pensato a quando da ragazzo, un giorno, mia madre mi chiese del perché avessi sempre lo sguardo rivolto verso il finestrino del treno. Ripensandoci, comprendo che non ho mai capito molto di me stesso quanto ora. Amavo il treno che mi trasportava al sicuro con sé, e nella sua potenza io ne trovavo un po’ per me. Della nave ho amato le lunghe traversate per mare, le sue dimensioni, e sempre quella forza invisibile e misteriosa della macchina capace di attirare gli uomini sognatori come me. Allora mi caricavo di un’enorme energia e respiravo grazie a ciò che vedevo del mio viaggio. Mi nutrivo dell’ambiente attraversato dalle mie macchine: esse incarnavano il genio umano e rappresentavano un mezzo per mostrare il paradiso del mondo, di cui la sola regina era la natura. Oggi, improvvisamente consapevole della realtà, preferirei morire dello stesso male che, notti fa, ha stravolto i miei sogni. Il progresso che ho tanto amato non può diventare la lama di un coltello destinata a trafiggere quello stesso mondo in cui sono nato. L’ultima domanda che la bambina mi ha fatto, è stata chiedermi chi ero. Non le ho risposto subito. Per qualche assurda ragione mi sono sentito colpevole per essermi nutrito di un’energia che non mi apparteneva e per aver goduto della natura senza comprenderla. Soltanto ora, me ne rendo conto. Ho indirizzato le mie energie in scopi vani, non ho avuto il coraggio di amare liberamente, di creare o difendere qualcosa. E se pur ho amato, ho plasmato per me uno scudo che mi proteggesse, troppo grande, troppo immenso. Ho vissuto come questo transatlantico, difeso dall’oceano e sempre in un continuo movimento. Alla fine ho capito che non ero io a nutrirmi dell’energia delle macchine, era la natura che le avvolgeva nel suo creato ed esse finivano per avvolgere anche me. E così io stesso sono diventato una macchina. Ho quindi risposto alla domanda che mi era stata fatta: “Io?  Sono l’Andrea Doria”.

 

***

 

Il 25 luglio 1956 alle ore 23:22 avviene uno dei più noti disastri marittimi della storia: l’Andrea Doria entra in collisione con il piroscafo svedese Stockholm della Swedish America Line. Dopo undici ore dallo scontro, l’orgoglio della Marina Italiana affonda a largo della costa di Nantucket, dove tuttora giace, adagiandosi sul fianco di dritta a una profondità di settantacinque metri. La gran parte dei passeggeri si salva solo grazie alla prontezza dei soccorsi. Tuttavia si contano cinquantuno vittime, di cui quarantasei sono passeggeri dell’Andrea Doria. La grande nave ammiraglia italiana termina così il suo viaggio, trascinando con sé i suoi preziosi tesori in un abisso di ricordi umani.

 

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