Lettera a un figlio

30 novembre 2017 Autore: Istituto: IIS Galilei – Liceo Classico “A. Moro” - Manfredonia (FG) Classe Ciclo 1

“Madre, è bello qui.”

Sorrisi a quella frase: finalmente Pàis aveva iniziato ad apprezzare la bellezza del mondo, la mia Casa, e a non averne più paura. Pàis. Il Figlio, in una delle più antiche lingue degli Uomini. Mio Figlio. La luce dei miei occhi, il più amato tra la mia prole. L’ho accudito e protetto fin dal momento in cui è venuto al mondo e non mi pento di averlo fatto.

Ricordo ancora quando me lo sono ritrovato dietro la porta di Casa, nudo, scalzo, indifeso e inerme. Allora non conosceva nulla di sé e della meraviglia che lo circondava. Quindi, per tranquillizzarlo, assunsi sembianze simili alle sue. All’inizio aveva timore di me, mi sfuggiva. Un giorno si nascose dietro un cespuglio, rannicchiato sulle gambe. Risi di quella sua assurda paura: se si fosse abbandonato a me non avrebbe dovuto temere nulla. Mi avvicinai, quindi, molto lentamente. Mi abbassai per essere al livello del suo viso e tesi una mano. Non eravamo molto vicini, non volevo spaventarlo. Rimasi con il braccio steso verso di lui per un po’. Inizialmente si allontanò, ma poi, sebbene timoroso, si sporse egli stesso, forse convinto dalla mia immobilità che non volessi fargli del male. Imitò il mio movimento, tendendo le dita verso di me. Gli sfiorai l’indice con il polpastrello e in quel momento tutto iniziò.

Gli mostrai le bellezze di Casa mia; cominciai a insegnargli come sopravvivere al meglio nel rispetto di quanto gli stava intorno. Seguì i miei consigli, ubbidiente, come un bambino fa con sua madre. E ben presto per me divenne Pàis, il Figlio. La sua gratitudine si trasformò in affetto e successivamente in adorazione. Nonostante il mio essere volubile e a volte distruttivo, mi amò come una dea con nomi diversi di volta in volta: Gea, Cibele, Demetra, Cerere, Terra, Natura. Io sono semplicemente sua Madre e nulla più. E tale voglio rimanere.

“Sono felice che tu apprezzi la mia Casa, ora. Qui potrai vivere fino alla fine dei tempi, fino alla fine della mia vita” gli risposi.

“Madre!” era spaventato. “Non osare mai più dire che morirai! Senza di te come farò a vivere?”.

Risi della sua ingenuità. Ero convinta dicesse questo spinto dall’amore che provava per me, e forse in parte era davvero così, ma ora non ne sono tanto sicura.

I secoli passarono e Pàis divenne maggiormente consapevole di sé: imparò perfino a limitare la mia furia nei momenti più bui, sebbene a volte non potesse fare nulla contro di me. Divenne quasi un mio pari. Non ebbe più bisogno di temere nulla, esattamente come gli avevo promesso. Iniziò a non considerarmi più come faceva in precedenza, ma non me ne preoccupai: tutti i figli si allontanano dalle madri prima o poi. Era arrivato anche il suo turno. Ciò che destava in me qualche perplessità erano i suoi recenti cambiamenti all’interno della Casa: aveva cominciato a erigere strane costruzioni usando legno e successivamente pietre; aveva preso a tagliare alberi per edificare e liberare ampie zone dove far crescere alcune specie di piante. In più aveva iniziato a porsi sempre più domande su sé stesso, sulla vita e sulla nostra Dimora. In breve non mi degnò più di alcuna attenzione.

Non mi curai molto delle sue manie di protagonismo e nemmeno della sua noncuranza nei miei confronti: era giusto che muovesse da solo i suoi primi passi. Lo lasciai vivere come più gli desiderava.

Fin quando non arrivò Téchnema.

Un dì, per me infausto, trovai un nuovo inquilino in casa: Pàis aveva costruito un nuovo giocattolo per soddisfare la sua curiosità di bambino. Sorridendo, non gli impedii di divertirsi.

Inizialmente Téchnema stette immobile al suo posto, come tutti gli altri giochi di mio Figlio. Pian piano, però, Pàis la perfezionò, rendendola sempre più autonoma e utile per lui. Per farlo, tuttavia, prese a contaminare la mia adorata Casa: polveri nere nell’aria, sostanze chimiche sversate nel terreno, animali costretti a vivere in condizioni mostruose, disboscamenti forsennati. Potrei continuare per anni a citare le orribili azioni perpetrate ai danni del pianeta. Ai miei danni.

Provai a parlargli, a urlargli contro, finanche a rivoltarmi contro di lui in maniera violenta, ma a nulla valsero le mie suppliche e le mie proteste: Pàis vedeva solo Téchnema, la sua nuova dea. Ne era completamente dipendente: la considerava insostituibile, un aiuto indispensabile per qualsiasi evenienza. Devo ammettere che, in alcuni casi, Téchnema si era rivelata davvero utile, ma non riuscivo a tollerare la sua presenza: stava distruggendo me, mio Figlio e la nostra Dimora.

Non passò molto tempo che anche io cominciai a risentire degli effetti di quella macchina infernale: mi ammalai. Mentre la mia Casa veniva irrimediabilmente compromessa, io iniziai a deperire lentamente. Presto non fui più nemmeno in grado di reggermi in piedi. Tuttavia andai a fare visita a mio Figlio per pregarlo di smetterla, una buona volta. Mentre arrancavo, disperata, caddi al suolo. Giacqui per un tempo imprecisato, le lacrime mi rigavano il viso e i sussulti scuotevano il mio corpo umano, sempre più esile.

Fu in questo stato pietoso che Pàis mi trovò.

“Madre!” lo sentii urlare.

“Fermo” udii la voce di Téchnema. “Non vedi che sta riposando? Lasciala in pace. Di’ a me quanto ti occorre: altrimenti perché mi avresti creata?”.

Aprii lentamente gli occhi e quanto vidi mi lasciò costernata e addolorata: la Casa era completamente lercia, fatta eccezione per il lembo di terra sul quale ero distesa; le mie membra erano diafane, simbolo della malattia, e Téchnema tratteneva Pàis per la spalla. Voltai lentamente il capo verso di loro, sperando che mio Figlio notasse il movimento. Fortunatamente mi stava guardando.

“Madre, sei sveglia?” mi chiese, infatti, sorridendo.

“Ancora per poco, prima di sprofondare nel sonno eterno” risposi, caustica.

Ma come poteva essere così cieco? A tal punto Téchnema gli aveva ottenebrato la mente?

“Sembri molto pallida: sicura di stare bene?” mi chiese la macchina, con quello che a me parve un sogghigno.

Una lacrima mi sfuggì dall’occhio destro, colma di sofferenza e compatimento: Pàis era diventato succube di quel maledetto arnese. Da giocattolaio era divenuto giocattolo; da padrone, servo.

“Madre?” finalmente mio Figlio ebbe il coraggio di staccarsi da lei per soccorrermi.

Lo guardai con gli occhi velati di pianto.

“Io sto morendo, Pàis.”

Gli feci crollare il mondo addosso, me ne resi conto subito dal modo in cui i suoi occhi si spalancarono e sondarono le mie vestigia umane.

“Cosa stai dicendo?” era incredulo.

Non aveva mai sospettato che saremmo potuti arrivare a questo punto. Neanche io lo avrei mai creduto, a dire la verità.

“Tu e Téchnema mi state uccidendo. E insieme con me sta morendo anche la mia Casa, la tua Casa. Che cosa farai quando non ci saremo più?” gli chiesi.

“No, non è vero!” urlò, voltandosi verso la macchina. “Téchnema! Perché?! Perché non mi hai detto nulla?”.

“Perché non me lo hai mai chiesto” rispose l’automa. “Tu mi hai creata: forse non subito, ma ben presto sei venuto a conoscenza di cosa comportava il mio perfezionamento. Sapevi, ma hai scelto di ignorare. Non hai voluto rinunciare alle comodità che il mio uso ti garantiva, anche se questo avrebbe comportato la morte di tua Madre e del futuro stesso di questo mondo. Sei stato egoista, e lo sai. Ora, puoi solo provare a rimediare.”

Pàis si accasciò su sè stesso, in lacrime. Le parole di Téchnema lo avevano colpito dritto al petto, là dove il suo cuore batteva. Aveva detto la verità: era il frutto di una serie di calcoli matematici, non poteva mentire. Eppure, avevo la terribile paura che mio Figlio preferisse lei a me.

Quando si fu calmato si avvicinò e mi sollevò, depositandomi su un giaciglio. Collegò al mio corpo una serie di tubicini e sensori che, a detta sua, sarebbero serviti a tenermi sotto controllo per evitare il peggioramento della malattia. Poi se ne andò e non tornò.

Ora sono un corpo quasi del tutto privo di vita, nemmeno l’ombra di quanto ero in origine. Ho perduto la mia forza: gli unici movimenti del corpo che compio sono dovuti ai sussulti che mi scuotono. Il mio viso è costantemente irrorato da lacrime di dolore. Non ho più nemmeno la voce per urlare. Sto vergando queste parole nella lingua degli Uomini sul dorso di questa roccia con gli ultimi residui di potere che mi restano, prima di addormentarmi per sempre.

Sto raccontando tutto ciò per te, giovane nuovo Pàis, fragile giunco appena affacciato alla vita. Non seguire le orme del tuo predecessore, te ne prego. In te solo è posto il destino di questa nostra meravigliosa Dimora, insieme al mio. Sei appena un bimbo, è vero, eppure so che sei in grado di pensare: non lasciare che la mentalità di chi è venuto prima ti condizioni, scegli ciò che ritieni giusto per te. Rispetterò la tua scelta, qualunque essa sia, ma ricorda: se io morirò, la tua sorte non sarà diversa dalla mia, né la tua vita molto più lunga.

 

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Commenti (1)

    • piero commenta

      dicembre 4, 2017 Alle 10:40

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