Nuvole grigie a Manhattan

4 dicembre 2017 Autore: Istituto: Liceo “Talete” - Roma Classe Prima Ciclo 2018-1

New York, anno 2047

 

Nuvole di smog sopra le strade della Grande Mela. E’ solo un altro giorno grigio topo per Sara, come l’asfalto su cui sta camminando o la malinconica scia di fumo della sigaretta che vorrebbe fumare mentre aspetta il treno. Si siede nel vagone in fondo, sul sedile accanto al finestrino. Per fortuna è il capolinea altrimenti avrebbe dovuto nascondersi nella sua borsa per non essere completamente schiacciata dalla marea di persone che salgono alle fermate successive. Ogni volta sembra che vi si ammucchi mezza Manhattan nonostante l’arrivo dei treni sia sempre puntuale. Certo, non è facile offrire un servizio efficiente a una delle città più popolose del pianeta. Sì, proprio così, perché al telegiornale Sara ha sentito che le grandi metropoli asiatiche di un tempo sono crollate demograficamente a causa della morte di quasi due miliardi e mezzo di persone negli ultimi dieci anni. Tutta colpa dell’enorme quantità di sostanze tossiche prodotte dalle fabbriche orientali. La ragazza ricorda che da piccola aveva visto in televisione le immagini in diretta dell’aria verdognola e putrida di Pechino, con le persone che svenivano per strada per l’odore soffocante. E nonostante queste notizie catastrofiche la produzione di smog non è diminuita per niente, così un terzo del continente è migrato in Occidente, sovraffollando le grandi metropoli e aumentando in questo modo l’inquinamento atmosferico dovuto ai mezzi di trasporto e al riscaldamento. Hanno costruito palazzi sempre più alti, sfidando quasi la legge di gravità. Sara guarda fuori dal vetro appannato. Nessun colore, nessuna sensazione felice.

“Una città dipinta di cenere” pensa seguendo con gli occhi lo skyline del paesaggio. Il treno si arresta. “ E’ la mia fermata” dice a bassa voce cercando di farsi spazio tra una cinquantina di volti senza espressione, piatti come l’atmosfera. Esce dalla stazione e subito raggiunge l’ospedale.

“ Libertà!” esclama togliendosi la mascherina anti-smog dalla faccia, anche se dovrà rindossarla a breve in sala operatoria. Ormai è tardi per prendere un caffè, non ha sentito la sveglia stamattina. E’ difficile capire quando è giorno senza che la luce penetri dalle tapparelle della camera. Solo nebbia, nebbia e nebbia ma non quella leggera, poco invadente, tipicamente inglese, ma un enorme tappeto di fumo. Fa più caldo del solito oggi, eppure è il 21 dicembre. Tra poco è Natale e non nevicherà. Sara non ricorda bene quando è stata l’ultima volta che ha visto la città tutta bianca. Forse da piccola o in una vecchia foto. Sono le cinque e mezzo, è stanca per farsi un giro per le vetrine della 5th Avenue. “Pioverà?” pensa dopo essersi accorta di aver dimenticato l’ombrello, il che è un problema perché dicono che nell’ultimo anno è aumentato ancora il tasso di acidità delle piogge. E così neanche oggi può andare a leggere sul prato di Central Park, l’unico posto colorato e non inquinato della città. File e file di alberi e siepi proteggono l’aria dai gas serra e restituiscono alla gente un po’ di sollievo, un privilegio più unico che raro: è il polmone verde di New York! Sara si chiede perché non piantino altri arbusti in città, ha un costo così elevato o hanno paura di trasformare le strade di una metropoli in una foresta amazzonica? Meglio un’oasi tropicale che una città che puzza di zolfo! Non le resta che tornare a casa. Un momento: ha dimenticato di comprare l’acqua! Per fortuna che il supermercato è ancora aperto. Entra dentro e wow!, i prezzi sono aumentati ancora! D’altronde si stanno ormai sciogliendo tutti i ghiacciai del pianeta ed è un problema purificare ogni goccia che sgorga dalle piccole sorgenti intossicate.                                                                                                                               La ragazza arriva a casa all’ora giusta alla fine. “Maledetto traffico!” esclama buttandosi sul divano. Ma non c’è tempo per riposarsi, deve vestirsi e truccarsi al volo perché James e Mary la aspettano per le otto e mezzo davanti al ristorante. “Cavolo, non ho fatto benzina!” realizza portando le mani alla testa. Si prepara, esce da casa in un lampo e arriva alla stazione di servizio più vicina. Davanti c’è un cartellone pubblicitario su cui si legge: “We power your life”. Fa il pieno e sfreccia, per modo di dire, al ristorante. L’interno è raffinato ed elegante, con tinte bianche e blu e qualche dettaglio brillante. Hanno prenotato il tavolo al secondo piano, vicino alla finestra. Dal vetro Sara guarda il panorama. La nebbia avvolge la città come un grande mantello grigio. Spiccano le cime dei grattacieli tra i nugoli di fumo, come se tentassero di scappare e raggiungere un cielo più limpido e respirare. E poi le luci di Manhattan, piccole lucciole immerse in un totale offuscamento. Non si vedono stelle in alto, un’atmosfera spenta. E’ una città fantasma, spettri di fumo, nostalgia delle serate al chiaro di luna. Gli amici, mentre ridono e scherzano tra loro, si accorgono dell’aria un po’ assente della ragazza, che sembra proprio persa “tra le nuvole”.

“Qualcosa non va?” le chiede Mary mentre si porta il calice alla bocca.

“Sto solo pensando. Penso a come sarebbe bello riuscire a vedere ancora il tramonto da questa terrazza qua fuori” risponde lei appoggiando il mento sul gomito.

Fissano tutti e tre il cielo, un opaco frammento rosato soffocato dalle nuvole. Solo che non sono nuvole, soffici e leggere come piume, ma dei grumi di anidride carbonica condensata. E in un attimo, nella percezione di un millisecondo, i volti di John e Mary cambiano espressione, diventano più seri, come se vedessero per la prima volta la loro città.

“Mi dispiace, Sara, ma non possiamo cambiare la realtà” dice John.

La ragazza sposta lo sguardo verso gli amici: “ No, ma possiamo almeno provare a migliorare il nostro piccolo frammento di realtà”.

“E come? Trasferendoci su un altro pianeta?” interviene Mary ironica.

“Avevo in mente qualcosa di meno drastico e più realistico. Come comprare una macchina elettrica, per esempio. Mi sembra un buon inizio, non credete?” domanda Sara accennando un sorriso.

 

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