Una bicicletta rossa

27 novembre 2017 Autore: Istituto: Liceo Classico “P. Giannone” - Benevento Classe Ciclo 2018-1

Toni come ogni mattina, inforcati gli occhiali, era sceso in cucina per la colazione. Sul tavolo resti di cene consumate a metà, i fornelli inutilizzati erano leggermente impolverati. Iolanda, la donna che si occupava delle pulizie di casa, assunta dai suoi figli, sposati e con famiglia, questa settimana non si era presentata. Loro non potevano saperlo: vivevano lontani e provvedevano a distanza al vecchio padre che vedevano solo a Natale; ma quest’anno la piccola Sofia, una delle nipotine, era stata male e non era stato possibile andare a fargli visita.

“Buona giornata, amore!” aveva gridato Toni e, senza attendere risposta, si era richiuso la porta alle spalle. Con movimenti lenti, sistemandosi sul sellino in modo che la schiena gli facesse il meno male possibile era salito sulla bici, un po’ arrugginita, la vernice rossa scrostata sul telaio ma ancora fedele. Aveva poi cominciato a pedalare con decisione, percorrendo la strada dalla quale ammirava l’alba ormai da decine di anni. I suoi occhi seguivano ogni giorno lo stesso percorso, ma negli anni il paesaggio era cambiato profondamente. Toni, guardandolo, si era sempre stupito del numero di sfumature di verde che esistevano, anche se ora erano molte meno. Solo campi lavorati, di un freddo marrone in quel periodo, e case gialle. Il giallo aveva un solo tono. La strada era fangosa e scoscesa e Toni la malediceva, con religiosa ritualità, ogni qual volta un sasso faceva sussultare le sue vecchie ossa. Dopo una trentina di minuti buoni, Toni arrivava alla fabbrica. Lasciava la bici distesa su un fianco a riposarsi nell’erba, lontano dall’ingresso, e percorreva l’ultimo tratto a piedi: doveva sgranchirsi le gambe. La porta era arrugginita e aperta, le erbacce ricoprivano la soglia. L’interno era deserto, tranne che per le piante infestanti che ricoprivano il pavimento e qualche visitatore occasionale, appartenente per lo più al regno animale. La fabbrica produceva lastre di eternit. Chiusa a seguito dei danni prodotti all’ambiente e alle persone, era ormai abbandonata. Da tutti meno che da Toni. Toni era una persona semplice, sulla composizione chimica dell’Eternit non si era mai interrogato. Veniva dalla campagna, l’amava e la rispettava ma non si poneva domande, non era a conoscenza di cosa quell’edificio rappresentasse. Se si alzava ogni mattina e si recava a lavoro, era per i suoi figli e per sua moglie. Lavorava serenamente, era felice, perché ogni sua ripetitiva azione, nella catena di montaggio, voleva dire essere più vicino ad assicurare un futuro felice alla sua famiglia. Era stato questo il suo unico pensiero per molti anni e adesso che viveva solo, non si sa come, era tornato a condurre quella vita, forse per pazzia, forse per amore, forse per abitudine. Che strana cosa l’abitudine. Cos’è? Un ripetersi distratto o la piena volontà di replicare quotidianamente un’azione? Il corpo si abitua, il cervello delega, dando vita ad azioni di cui a volte non serbiamo neanche il ricordo. Toni era abituato a costruire il futuro dei suoi figli, abituato a rovinarsi le mani e la schiena, abituato a fare il padre. Nella stanza nella quale un tempo lavorava, stava in piedi e immaginava di svolgere le sue mansioni. Le mani si muovevano meccanicamente con ritmo regolare ma stringevano l’aria e, quando era stanco, non poteva riposarsi finché il turno non fosse finito. Una delle pareti era per metà crollata e faceva intravedere l’esterno. Quando c’era vento nella fabbrica, si alzava la polvere e il vecchio tossiva, con i suoi polmoni stanchi. Accanto alla fabbrica, poco distanti, colline abitate. I ragazzini giravano alla larga perché quell’edificio era diventato scenario di storie di fantasmi e di misteri, di quelle che si raccontano per tenere buoni i bambini. Non tutti, però, ci credevano e talvolta lo spirito d’avventura o semplicemente la noia vinceva la paura. Un giorno passò di lì un ragazzino avventuroso o semplicemente annoiato. Avendo notato la bicicletta abbandonata, si era avvicinato alla struttura cadente. Nascosto dietro il muro, aveva schiacciato il naso sulla parete e fatto capolino con i grandi occhiali che poggiavano sul naso coperto di efelidi. I suoi capelli rossi e voluminosi facevano sì che la sua testa somigliasse a un fungo o a una pianta colorata. Quello che vide lo lasciò disorientato. Al centro della stanza sporca, dove la natura ribelle e vendicativa la faceva da padrone, un vecchio che sembrava danzare con movimenti controllati e precisi un ballo composto da un solo passo. Il bimbo rimase affascinato a osservarlo, senza avere il coraggio di dire o fare nulla. Quando l’oscurità cominciò a calare, a malincuore lasciò il suo nascondiglio per correre verso casa. Era in ritardo rispetto al coprifuoco. Forse sarebbe stato punito, ma non gli importava molto. Non raccontò a nessuno di quell’incontro e tornò alla fabbrica ogni volta che poté. Poco dopo il vecchio usciva, raccoglieva la bici e si affrettava ad andare a comprare la cena: era un rito anche questo. Si fermava in una piccola tavola calda sulla strada.

“Buonasera, Gloria.”

“Buonasera Toni. Cosa le preparo stasera?”.

“Il solito, per favore.”

“Perfetto.”

Pagava e usciva. Arrivava a casa che la cena era ormai tiepida. Due tovagliette americane sul tavolo, due bicchieri, le posate. Tutto lasciato così dalla mattina, perché quando tornava da lavoro era abituato a trovare la tavola pronta. Chiamava la moglie e non otteneva risposta, ma d’altronde come avrebbe potuto? La rimproverava di trascurarsi e minacciava scherzosamente di mangiare anche la sua porzione, che puntualmente rimaneva lì. La moglie, Rosa, era morta anni prima, ma amarla era un’attività alla quale ogni fibra del suo corpo si era abituata. In certi momenti gli mancava più che in altri e lo si sentiva urlare.

“Ma che diamine Rosa! La notte vieni a letto che già dormo, la mattina presto stai già lavorando, la sera metti la tavola e sparisci! Rosa, tu sparisci!”.

Rosa non c’era più. Toni conduceva la stessa vita, tutti i giorni. Andava in fabbrica, senza sapere che un bimbo lo spiava, costruiva storie sulla sua strana figura, sognava di avvicinarglisi un giorno e di compiere in sincronia con lui quei gesti che ormai aveva imparato alla perfezione. Da giorni si preparava per trovare il coraggio di andargli a parlare, di chiedergli chi fosse.

Un giorno Toni perse il portafogli. Un dolore all’anca l’aveva costretto a un movimento innaturale al momento di salire in bici, e il portafogli gli era scivolato dalla tasca. Il bambino l’aveva raccolto. Era felice, aveva trovato una scusa per parlare con il misterioso signore: decise che l’indomani glielo avrebbe restituito. Quella sera Toni si accorse solo alla tavola calda di non poter pagare la cena. Gloria gli fece naturalmente credito mentre lui, un po’in imbarazzo, se ne tornò a casa. Rosa quella sera gli mancava più del solito. Toni non si presentò a lavoro l’indomani e nemmeno nei giorni seguenti. Il bambino aspettava, prima ansioso poi deluso. Oltre che deluso si sentiva anche arrabbiato, contro chi non si sa, per aver perso la sua possibilità. Magari il vecchio lo aveva visto e aveva pensato che lui gliel’avesse rubato il portafogli e non voleva più tornare. Occorreva restituirlo. Lesse sui documenti l’indirizzo di Toni e fece in modo di raggiungerlo senza che la mamma potesse arrabbiarsi. La porta della casa era aperta. Bussò ugualmente. Gli venne incontro una signora pallida in volto, i capelli biondi leggermente spettinati e i tratti simili a quelli dell’operaio-danzatore. Doveva essere la figlia. Esitante, il ragazzo chiese di Toni, anche se percepì la stupidità della domanda nel momento stesso in cui la pronunciò. Gli occhi della donna si riempirono di lacrime. Il ragazzino estrasse il portafogli come per scusarsi e giustificare la sua presenza.

“Dove lo hai trovato?”.

“Alla fabbrica di eternit.”

“Dove?”.

“Alla fabbrica di Eternit” ripeté.

La donna lo fece entrare. La cucina era semibuia, le sedie tutte occupate da quelli che dovevano essere altri familiari; amici Toni non ne aveva. Raccontò di come l’aveva conosciuto e di cosa l’avesse visto fare. Gli sguardi di tutti erano increduli, su più di un volto passò un’ombra di rimorso. Della vita di Toni non sapevano nulla.

 

Molti anni dopo la fabbrica fu riconvertita. Si sarebbe prodotto compostaggio biologico. L’epoca dell’eternit era davvero finita. La zona si popolò di molti giovani che furono assunti. Il responsabile del progetto fu considerato da tutti un benefattore della comunità, ma si bisbigliava anche che fosse un tipo strano: capelli rossi che ricordavano un fungo, il naso coperto di efelidi, andava a lavoro tutti i giorni con una bicicletta, un po’ arrugginita e con la vernice rossa scrostata sul telaio, ma ancora fedele, ricevuta in regalo dalla prima famiglia cui, senza rendersene conto, aveva fatto del bene, quando era ancora soltanto un ragazzino. Checché ne dicesse la gente, lui amava quella bici, abituata a riposare per lunghe ore nell’erba davanti alla fabbrica. Gli ricordava Toni.

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